Alle prese con i Boooleani: pratiche sperimentali di Information Literacy

Quando si tengono incontri formativi sulla ricerca nelle banche dati, sembra non si possa fare a meno di spiegare la funzione degli operatori booleani.
Alzi la mano chi non riesce a reprimere uno sbadiglio quando vede la slide con i tre cerchi e le aree di diverso colore che individuano la zona d’intersezione tra i risultati, prodotta dall’utilizzo di AND, OR e NOT.
Adesso alzi la mano chi ritiene che quella slide sia sufficiente AND necessaria per chiarire a chi ascolta la funzione di questi preziosi connettori logici.


Non metto in dubbio che possa risultare efficace come ausilio iconografico nell’ambito di una trattazione scritta, o di un tutorial; temo invece che nel contesto di un laboratorio o di una lezione in aula possa rischiare di non centrare l’obiettivo.
Il dubbio è sorto dall’esperienza diretta degli incontri formativi che tengo da diversi anni per gli utenti delle biblioteche biomediche dell’Università degli Studi di Milano: principalmente laureandi alle prese con la ricerca della bibliografia per la tesi, ma non solo. La tipologia degli incontri varia (facoltativi e messi a calendario dal Servizio bibliotecario dell’Ateneo, concordati con i docenti e obbligatori, con e senza crediti…), ma tutti sono accomunati dalla finalità di fornire a chi li frequenta degli strumenti efficaci per svolgere delle ricerche mirate, rendendoli il più possibile autonomi dalla necessità di richiedere l’assistenza di un bibliotecario. Anche la durata degli incontri varia, ma il tempo è sempre abbastanza limitato (si va da un minimo di 2 a un massimo di 5 ore) e l’impressione (dei formatori ma anche degli utenti, espressa attraverso i questionari di gradimento) è che il modo più proficuo di impiegarlo sia quello di integrare con una buona dose di esercitazioni pratiche le spiegazioni erogate in modalità frontale.
Come ridurre allora all’essenziale la parte “teorica”, a cominciare dai famigerati booleani? Va da sé che la domanda non me la sono posta solo io e le soluzioni adottate sono nate dal confronto costante con le colleghe che organizzano e tengono con me parte di questi incontri; ecco allora alcune delle alternative alla famosa slide, da me recentemente sperimentate.

IL GIOCO DEGLI OCCHIALI

Quando si ha che fare con un pubblico numericamente limitato (10-20 persone), si possono spiegare i booleani in aula con qualche piccolo gioco, che oltre a rendere più evidente il concetto illustrato, ha il vantaggio collaterale di svegliare l’uditorio, attivandolo anche fisicamente.  Io ne ho provato uno molto semplice: invito ad alzarsi in piedi tutti quelli che hanno gli occhiali; poi tutti quelli che hanno gli occhiali AND un indumento blu, e chiedo ai presenti se rispetto a prima si sono alzate più o meno persone, esortandoli a trarre le debite conclusioni (AND amplia o restringe il numero di risultati?); poi invito ad alzarsi tutti quelli che portano gli occhiali OR un indumento blu: adesso sono di più o di meno?
Sulla falsariga di questo, si possono inventare altri giochi: spazio alle idee!

IL TUTORIAL

Quando si ha la possibilità di inviare ai partecipanti del materiale prima di venire in aula, funziona bene a mio parere la richiesta di vedere un tutorial sui booleani. Per quanto mi riguarda, il primo che avevo prodotto era sotto forma di slide per un corso concordato con dei tutor di infermieristica: gli studenti le guardavano prima di venire a lezione, e visto che il sistema funzionava, le slide sono diventate un video, che per quanto perfettibile continua a dare i suoi frutti: gli studenti arrivano in aula mediamente già in grado di riconoscere e usare correttamente gli operatori logici. Nel tutorial faccio uso anche dello schema con i cerchi colorati, il vantaggio è che può essere accompagnato da esempi concreti e che ognuno può studiarlo e guardarlo più volte a seconda dei propri tempi di apprendimento.
I tutorial, quando utilizzabili, sono un ottimo strumento anche per trasmettere altri concetti di base, come la formulazione del quesito di ricerca, i thesauri, e così via. Naturalmente richiedono molto tempo e risorse per essere prodotti, ma questa è un’altra storia (e un altro punto su cui tra formatori credo sia diventato indispensabile confrontarsi).

PROVARE PER CREDERE

Quando le modalità di erogazione del corso e il numero di partecipanti non consentono né giochi in aula né forme di preparazione preliminare, tento comunque di introdurre concetti teorici principalmente attraverso esempi pratici. Ad esempio, per spiegare i booleani in un corso su PubMed svolgo alcuni passaggi di una ricerca semplice, che viene raffinata gradualmente, e illustro via via la differenza tra i risultati: “drug therapy” AND “heart failure” (molto limitata); poi “drug therapy” AND “heart failure” OR “cardiac failure” senza parentesi, spiegando il perché di un numero spropositato di risultati non pertinenti, e infine “drug therapy” AND (“heart failure” OR “cardiac failure”) con le parentesi.
Di solito capiscono e, come dice Woody Allen, in certi casi basta che funzioni.

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